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In questi ultimi giorni si sente con frequenza usare, nel servizi giornalistici, sia televisivi che in quelli con la carta stampata, il temine “Brexit”. Più volte, mi è capitato di chiedermi se tutti (e quando dico tutti mi riferisco veramente a tutti e non solo a quelli che abitualmente leggono i giornali) comprendano il significato di questo termine. Si tratta di un neologismo di matrice anglosassone, come molti altri in questi ultimi tempi, in cui l’inglese si è imposto come lingua franca internazionale, composto dalla fusione (come spesso avviene in inglese) di due termini “BR”, che è la sigla con la quale viene indicata la Gran Bretagna e il termine di derivazione latina “Exit” (che letteralmente vuol dire, “esce”) ma che è entrato nella lingua inglese, insieme a numerosi  altri termini latini con significativi diversi,  per indicare il sostantivo “uscita” (fonte: https://www.forexinfo.it/Brexit-significato-e-conseguenze ). In altre parole, il termine  “Brexit”  vuole significare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, fatto accaduto lo scorso 23 Giugno 2016 attraverso un referendum popolare. L’esito è stato, in parte sorprendente, perché, sia pure con un lieve margine di vantaggio i sostenitori dell’uscita (circa diciassette milioni) hanno vinto rispetto a quelli che sostenevano di rimanere (remain) (circa sedici milioni e rotti). Nonostante il margine di vittoria sia stato esiguo, è tuttavia indiscutibile: la Gran Bretagna ha, senza alcun dubbio, ha deciso di uscire dall’Europa. Questa è l’unica realtà. In seguito alla vittoria, però, sono pochi coloro che sanno con certezza che cosa occorre fare. Intanto, il premier britannico Cameron ha dichiarato che intende dimettersi dall’incarico di “primo ministro” e che attiverà i negoziati per l’uscita a settembre. La decisione presa ha avuto un grande eco in tutto il mondo, tanto che i governanti del paese “in libera uscita” stanno dimostrando, con il loro comportamento, che non hanno alcuna fretta di lasciare l’Europa. La stessa Unione Europea non sa bene cosa fare. Alcuni (per esempio,  Junker,  il Presidente della Commissione) sembra siano  per un’accelerazione, perché sulla stampa vengono riportate alcune  dichiarazioni con le quali viene  dichiarato che l’uscita” deve essere immediata”, altri (per esempio, la Merkel) pare vogliano “frenare” e attivare, senza alcuna fretta, i negoziati di “uscita”. Ma ciò che più sorprende è il fatto che non si è ancora ben capito chi ci guadagna e chi ci perde. A livello economico è conveniente per la Gran Bretagna l’uscita dall’Unione Europea? O viceversa, è più conveniente per l’Unione Europea che i Britannici facciano le valigie e se ne vadano, al più presto, da Bruxelles, visto che la loro presenza pare sia stata, finora, piuttosto “ingombrante”, con pochi benefici pratici per le economie degli altri paesi-partner? In effetti la Gran Bretagna, pur appartenendo all’Unione Europea, aveva, tuttavia, conservato, in campo economico e monetario, alcune sue prerogative, quali per esempio, la conservazione della sterlina e, in campo politico, aveva continuato a mantenere, per ragioni storiche a tutti note, un “rapporto speciale” con gli Stati Uniti. Se posso esprimere la mia opinione, devo dire che, come al solito, quando si pongono interrogativi come quelli che abbiamo riportati, si corre il rischio di vedere i problemi da un angolo visuale che, a volte, appare sinceramente,  “abusato”, perché chiama in causa, come quasi sempre accade, tematiche di tipo economico e finanziario. Ora, nessuno ha niente contro l’economia e la finanza, ma non tutto può sempre essere riguardato solo ed esclusivamente sotto l’aspetto economico e finanziario. I popoli, qualunque sia la loro latitudine, sono provvisti di un’anima, di  valori umani e culturali e di un cuore che non hanno niente a che fare con i flussi economici e finanziari. Molto spesso questa semplice verità viene “dimenticata”, o,  meglio, viene volutamente “ignorata” dai commentatori. Signori miei non tutto è economia e non tutto si può sempre ricondurre solo ed esclusivamente al vile denaro. Per questo io penso che, sotto questo aspetto, nessuno può dire di averci guadagnato o di aver perso. Ma abbiamo perso tutti. 

 Ida Belfatto


Umberto Eco, la storia di  un fenomeno mondiale

Il 19 febbraio scorso, sulla stampa di tutto il mondo è apparsa la notizia della morte di Umberto Eco.
Fra i commenti sulla sua morte è difficile trovare, di là dal generale cordoglio, frasi che non siano di stima e di apprezzamento per la scomparsa dell’uomo e per la perdita dello straordinario scrittore.    noto anche per essere stato un illustre medievista, ed un  esperto semeiotico. 
I siti web della rete danno grande risalto alla figura dello scomparso.
Fra questi, il sito dell’Huffington Post nel riportare la notizia osserva che “Da Le Monde al New York Times, passando per la Frankfurter Allgemeine, la morte di Umberto Eco è sulla prima pagina dei principali quotidiani del mondo, che lo ricordano soprattutto come l'autore de "Il Nome della Rosa". "I suoi libri erano al tempo stesso storie avvincenti ed esercizi filosofici e intellettuali", scrive il Washington Post", mentre Le Monde sottolinea che "Il nome della rosa" ha assicurato a Eco "una notorietà quasi universale"”.
“Ma a ricordare Eco – continua l’Huffington Post,   sono anche mondi più lontani. "E' morto Umberto Eco, l'autore che ha incuriosito, fatto scervellare e deliziato i lettori di tutto il mondo", scrive in India l'Hindustan Times.
Apprezzamenti così diffusi si spiegano perché Umberto Eco, ancor prima di essere il grande intellettuale che ha dimostrato di essere, era una persona perbene.
Si faceva amare sia come “professore”, sia per la sua capacità di guardare il mondo con sottile ironia, ma anche con una buona dose di autoironia, pronto sempre a sorridere innanzitutto di se stesso e poi degli altri.
Come professore non aveva nulla di accademico, né assumeva nei confronti dei discenti atteggiamenti da “cattedratico” o da spocchioso radical chic.
Sono rimaste famose alcune sue lezioni nell’Ateneo di Bologna, dove amava intrattenersi con gli studenti in modo piacevole, con arguzia e bonomia, senza assumere comportamenti da “barone paludato” e senza mai tradire la sua capacità di incuriosirsi di ogni cosa, anche di argomenti apparentemente futili sui quali sapeva però indagare con lo spirito del ricercatore rigoroso senza indulgere in facilonerie o banalità ovvie.
E’ rimasto famoso, a tale riguardo, il suo saggio su Mike Bongiorno, dal titolo profetico “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, profetico perché quel saggio pubblicato nel 1961 è unanimemente considerato come un antesignano della moderna critica televisiva.
All’epoca, la televisione muoveva i primi passi e Mike Bongiorno era un presentatore molto popolare; nessuno degli accademici di allora si sarebbe mai cimentato con una tematica come quella affrontata da Umberto Eco perché la televisione era considerata , dagli intellettuali dell’epoca - ed anche da certi intellettuali di oggi - come uno strumento di serie B e  Mike (il grande “Mike” nazional-popolare), sebbene amato dalle folle, era visto come un personaggio di basso livello culturale non meritevole di alcun interesse da parte degli ambienti universitari dell’epoca. 
Eppure, Eco, molto prima di tanti altri, capì l’enorme potenziale che avevano i nuovi (per allora) mezzi di comunicazione e l’influenza che potevano esercitare sulla gente e sul costume.
Capì anche in anticipo rispetto ai tempi le interazioni tra il mondo dei segni e dell’immagine e quello dei mass media e della cultura di massa, ivi compreso il mondo del fumetto.
A proposito del mondo dei fumetti, "Se voglio divertirmi, leggo Hegel, se voglio impegnarmi, leggo Corto Maltese", amava dire con la sua sottile arguzia.
Come scrittore ha venduto decine di milioni di copie in tutto il mondo. “Il nome della rosa”, in particolare è stato tradotto in quaranta lingue ed ha venduto oltre cinquanta milioni di copie in tutto il mondo.
Ma al di là delle vendite stratosferiche e della sua capacità di imporsi come grande autore di best -seller, l’Umberto Eco che si fa amare di più è quello delle “bustine di Minerva”.
Queste ultime sono una rubrica che Eco ha tenuto per molti anni sul settimanale l’Espresso. Nelle “bustine” interveniva con cadenza settimanale su fatti di cronaca, su temi ed eventi che egli, da grande comunicatore, avvertiva come attuali, e in grado di sollevare l’attenzione del lettore.
Con stile fluido e chiaro, facendosi capire da tutti, trattava tali tematiche con la sua proverbiale arguzia e la sua enorme capacità creativa che si coniugava con un non comune spirito di sottile autoironia.
Si riportano alcuni suoi aforismi tratti da una bustina di Minerva, pubblicata in un Espresso nel 1997:
 (……)
Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo
Sii sempre più o meno specifico.
 L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
 Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
 Esprimiti siccome ti nutri.
 Le parole straniere non fanno affatto bon ton””  (……)
Umberto Eco ci mancherai.

Il Giubileo e le minacce Isis

Papa Francesco ha di recente affermato che la Chiesa deve riscoprire le sue radici spirituali e deve avviare un processo di purificazione perché se percorre la strada del “tirare a campare” o quella dei compromessi rischia di perdere la sua identità e la sua ragione d’essere. Per questo, per dare un segnale di rinnovamento e di riconciliazione con i suoi valori fondativi, ha indetto, come tutti sanno, a partire dall’8 dicembre scorso, un giubileo straordinario.Uno dei valori su cui si fonda la Chiesa è il valore della  “misericordia” e, per questo, il giubileo attualmente in corso sarà, secondo gli intenti di Papa Francesco, il giubileo della “misericordia”.Infatti, secondo l’insegnamento cattolico, non vi può essere  cancellazione, con il perdono, delle proprie colpe (piccole o grandi che siano) se non vi è misericordia.Ecco perché questo giubileo straordinario rappresenta un significativo momento di conversione morale per chi crede nei valori cristiani. Bisogna infatti sapere che i giubilei cosiddetti ordinari si celebrano ogni venticinque anni e che l’ultimo celebrato è stato quello del 2.000. Tutti ricordano, in particolare quelli che vivono nell’are metropolitana di Roma, l’enorme numero di presenze che quel giubileo fece registrare, grazie anche alla presenza dell’allora, mai dimenticato, Giovanni Paolo II.Il giubileo attuale non è pertanto “ordinario”, quest’ultimo si terrà infatti nuovamente nel 2.025, ma straordinario perché  “speciale”.E la sua specialità o “extra-ordinarietà” sta nella profonda necessità avvertita dalla società attuale di fare ammenda delle sue colpe e delle sue responsabilità morali attraverso  il perdono reso possibili dalla  “misericordia”. Per tutti coloro che credono, questo giubileo, che si concluderà il 20 novembre 2016, costituisce veramente un appuntamento molto importante  e non da perdere.Molti quindi saranno i pellegrini che coglieranno l’occasione per una loro venuta in Roma per partecipare direttamente  ai riti sacri che vi sono celebrati.Un richiamo irresistibile al viaggio verso l’Urbe è costituito anche dal carisma di stampo francescano esercitato da Papa Francesco.Tuttavia,  a causa  degli ultimi recenti avvenimenti riguardanti l’attacco terroristico dell’Isis a Parigi, crescono i timori di una  possibile azione terroristica  anche  a Roma. Questo timore trova un qualche fondamento nel fatto che lo stesso Stato Islamico avrebbe minacciato Roma addirittura con un video-massaggio denominato,  con aria sinistra,  “Messaggio al popolo della croce”. Non è il caso, comunque,  di eccessivi allarmismi.Intanto le forze di polizia  si stanno organizzando affinché questo giubileo possa svolgersi secondo  la pianificazione attentamente preparata  a tavolino e con il massimo della sicurezza possibile. Sono aumentati infatti i controlli sulle cosiddette e zone a rischio come Piazza San Pietro e l’area che circonda la città leonina.La stampa più informata asserisce inoltre che “obiettivi sensibili potrebbero essere le zone di snodo del traffico altri pubblico, come le linee della metropolitana, le stazioni ferroviarie e gli aeroporti”. Tuttavia, anche per tali zone, le misure di sicurezza risultano fortemente rafforzate. Si può guardare quindi con sufficiente fiducia al futuro, anche se la certezza assoluta  di un azzeramento dei livelli di rischio non può darla nessuno.



Altro che Alice nel Paese delle Meraviglie…

La bufera mediatica sulla neo-eletta Miss Italia

Alice Sabatini, diciottenne di Montalto di Castro, è stata eletta giorni fa reginetta di bellezza dello storico concorso di Miss Italia  patrocinato da Patrizia Mirigliani e condotto da Simona Ventura per il secondo anno consecutivo. La neo-miss, pur essendo un volto nuovo nell’ ambiente televisivo, è già conosciuta in quello sportivo perchè gioca nella serie A2 di Basket con il Santa Marinella. Di ruolo ala è considerata un discreto talento oltre ad essere una ragazza, a detta dei suoi compaesani, con la testa sulle spalle. Non tutto però va sempre per il verso giusto perché in realtà questo apparente lieto inizio di carriera è già al centro di numerose critiche mediatiche e dei social network per alcune “uscite” della neo-eletta durante il consueto momento della terza e ultima serata in cui le aspiranti miss devono dar prova della loro perspicacia. Rimaste in tre, le finaliste hanno dovuto rispondere alla originalissima domanda relativa all’epoca in cui avrebbero voluto vivere posta da uno dei membri della giuria, Claudio Amendola.

Alice intervistata per prima si è espressa come segue: «Vorrei essere nata nel 1942, per vivere la Seconda Guerra Mondiale. Sui libri ci sono pagine e pagine, io volevo viverla per davvero, poi essendo donna non avrei nemmeno dovuto fare il militare». Questa risposta ha sollevato una marea di osservazioni critiche da parte di personaggi noti e meno noti. La Littizzetto, per esempio, con la sua graffiante ironia è intervenuta stilando un elenco delle donne partigiane che nel corso della seconda guerra mondiale, a costo di grandi sacrifici, hanno contribuito in modo determinante alla lotta contro i totalitarismi forse in misura più incisiva degli stessi uomini.

Altri meno noti l’hanno sbeffeggiata con fotomontaggi che la ritraggono accanto ad Adolf Hitler e Benito Mussolini, definendola “Miss Partigiana”, usando toni da intellettuale snob e considerandola come una sorta di “scema del villaggio”. Abbiamo così assistito  ad un ”tiro al piccione” in cui la nostra miss ha figurato come una sorta di “gran piccione”, con il suo metro e settantotto di altezza, su cui con estrema facilità una serie di critici, alcuni di approfondita dottrina, altri invece orecchianti e superficiali nelle loro conoscenze, hanno espresso impietosi giudizi. Tutto ciò è accaduto nel silenzio degli storici di professione che non si sono pronunciati perché forse erano impegnati nelle loro ricerche più serie. Fermo restando che la risposta di Alice è stata una baggianata difficilmente difendibile va anche detto che va presa per quello che è, una frase poco riflettuta, per l’appunto, pronunciata da una diciottenne più dedita alle partite di pallacanestro e alla partecipazione alle selezioni per Miss Italia, che alla frequentazione di biblioteche o alla lettura di testi storici che si sono occupati e continuano ad occuparsi delle problematiche legate al secondo conflitto mondiale.

Questa tipologia di tiro al bersaglio è purtroppo tipica del provincialismo italico che ci ha abituato, ormai da tempo, ad atteggiamenti poco indulgenti soprattutto nei confronti di coloro, come nel caso della Sabatini, che appaiono facilmente attaccabili.

Nessuno infatti oserebbe attaccare un noto intellettuale o un personaggio che ha molto seguito mediatico, perché correrebbe il rischio di vedersi rivoltate contro in un battibaleno le proprie critiche. Ecco, allora che occorre essere moderati e dare alle cose il loro giusto peso e la loro giusta misura.

Occorre ricordarsi che tutti abbiamo avuto 18 anni e che sicuramente ciascuno di noi, anche se non in occasioni pubbliche, ha espresso giudizi affrettati e privi di ponderazione.

Invece si assiste ancora oggi a molti che sono bene lieti di esercitare il tipico sport nazionale che consiste nell’aggredire gli indifesi o come diceva Ennio Flaiano nell’apprestarsi a salire sul carro del vincitore.
Ida Belfatto






Alice Sabatini, diciottenne di Montalto di Castro, è stata eletta giorni fa reginetta di bellezza dello storico concorso di Miss Italia  patrocinato da Patrizia Mirigliani e condotto da Simona Ventura per il secondo anno consecutivo. La neo-miss, pur essendo un volto nuovo nell’ ambiente televisivo, è già conosciuta in quello sportivo perchè gioca nella serie A2 di Basket con il Santa Marinella. Di ruolo ala è considerata un discreto talento oltre ad essere una ragazza, a detta dei suoi compaesani, con la testa sulle spalle. Non tutto però va sempre per il verso giusto perché in realtà questo apparente lieto inizio di carriera è già al centro di numerose critiche mediatiche e dei social network per alcune “uscite” della neo-eletta durante il consueto momento della terza e ultima serata in cui le aspiranti miss devono dar prova della loro perspicacia. Rimaste in tre, le finaliste hanno dovuto rispondere alla originalissima domanda relativa all’epoca in cui avrebbero voluto vivere posta da uno dei membri della giuria, Claudio Amendola.

Alice intervistata per prima si è espressa come segue: «Vorrei essere nata nel 1942, per vivere la Seconda Guerra Mondiale. Sui libri ci sono pagine e pagine, io volevo viverla per davvero, poi essendo donna non avrei nemmeno dovuto fare il militare». Questa risposta ha sollevato una marea di osservazioni critiche da parte di personaggi noti e meno noti. La Littizzetto, per esempio, con la sua graffiante ironia è intervenuta stilando un elenco delle donne partigiane che nel corso della seconda guerra mondiale, a costo di grandi sacrifici, hanno contribuito in modo determinante alla lotta contro i totalitarismi forse in misura più incisiva degli stessi uomini. 

Altri meno noti l’hanno sbeffeggiata con fotomontaggi che la ritraggono accanto ad Adolf Hitler e Benito Mussolini, definendola “Miss Partigiana”, usando toni da intellettuale snob e considerandola come una sorta di “scema del villaggio”. Abbiamo così assistito  ad un ”tiro al piccione” in cui la nostra miss ha figurato come una sorta di “gran piccione”, con il suo metro e settantotto di altezza, su cui con estrema facilità una serie di critici, alcuni di approfondita dottrina, altri invece orecchianti e superficiali nelle loro conoscenze, hanno espresso impietosi giudizi. Tutto ciò è accaduto nel silenzio degli storici di professione che non si sono pronunciati perché forse erano impegnati nelle loro ricerche più serie. Fermo restando che la risposta di Alice è stata una baggianata difficilmente difendibile va anche detto che va presa per quello che è, una frase poco riflettuta, per l’appunto, pronunciata da una diciottenne più dedita alle partite di pallacanestro e alla partecipazione alle selezioni per Miss Italia, che alla frequentazione di biblioteche o alla lettura di testi storici che si sono occupati e continuano ad occuparsi delle problematiche legate al secondo conflitto mondiale.

Questa tipologia di tiro al bersaglio è purtroppo tipica del provincialismo italico che ci ha abituato, ormai da tempo, ad atteggiamenti poco indulgenti soprattutto nei confronti di coloro, come nel caso della Sabatini, che appaiono facilmente attaccabili. 

Nessuno infatti oserebbe attaccare un noto intellettuale o un personaggio che ha molto seguito mediatico, perché correrebbe il rischio di vedersi rivoltate contro in un battibaleno le proprie critiche. Ecco, allora che occorre essere moderati e dare alle cose il loro giusto peso e la loro giusta misura. 

Occorre ricordarsi che tutti abbiamo avuto 18 anni e che sicuramente ciascuno di noi, anche se non in occasioni pubbliche, ha espresso giudizi affrettati e privi di ponderazione.

Invece si assiste ancora oggi a molti che sono bene lieti di esercitare il tipico sport nazionale che consiste nell’aggredire gli indifesi o come diceva Ennio Flaiano nell’apprestarsi a salire sul carro del vincitore.  

Ida Belfatto


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News in breve

“L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea”

n questi ultimi giorni si sente con frequenza usare, nel servizi giornalistici, sia televisivi che in quelli con la carta stampata, il temine “Brexit”. Più volte, mi è capitato di chiedermi se tutti (e quando dico tutti mi riferisco veramente a tutti e non solo a quelli che abitualmente leggono i giornali) comprendano il significato di questo termine. Si tratta di un neologismo di matrice anglosassone, come molti altri in questi ultimi tempi, in cui l’inglese si è imposto come lingua franca internazionale, composto dalla fusione (come spesso avviene in inglese) di due termini “BR”, che è la sigla con la quale viene indicata la Gran Bretagna e il termine di derivazione latina “Exit” (che letteralmente vuol dire, “esce”) ma che è entrato nella lingua inglese, insieme a numerosi  altri termini latini con significativi diversi,  per indicare il sostantivo “uscita” (fonte: https://www.forexinfo.it/Brexit-significato-e-conseguenze ). In altre parole, il termine  “Brexit”  vuole significare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, fatto accaduto lo scorso 23 Giugno 2016 attraverso un referendum popolare. L’esito è stato, in parte sorprendente, perché, sia pure con un lieve margine di vantaggio i sostenitori dell’uscita (circa diciassette milioni) hanno vinto rispetto a quelli che sostenevano di rimanere (remain) (circa sedici milioni e rotti). Nonostante il margine di vittoria sia stato esiguo, è tuttavia indiscutibile: la Gran Bretagna ha, senza alcun dubbio, ha deciso di uscire dall’Europa. Questa è l’unica realtà. In seguito alla vittoria, però, sono pochi coloro che sanno con certezza che cosa occorre fare. Intanto, il premier britannico Cameron ha dichiarato che intende dimettersi dall’incarico di “primo ministro” e che attiverà i negoziati per l’uscita a settembre. La decisione presa ha avuto un grande eco in tutto il mondo, tanto che i governanti del paese “in libera uscita” stanno dimostrando, con il loro comportamento, che non hanno alcuna fretta di lasciare l’Europa. La stessa Unione Europea non sa bene cosa fare. Alcuni (per esempio,  Junker,  il Presidente della Commissione) sembra siano  per un’accelerazione, perché sulla stampa vengono riportate alcune  dichiarazioni con le quali viene  dichiarato che l’uscita” deve essere immediata”, altri (per esempio, la Merkel) pare vogliano “frenare” e attivare, senza alcuna fretta, i negoziati di “uscita”. Ma ciò che più sorprende è il fatto che non si è ancora ben capito chi ci guadagna e chi ci perde. A livello economico è conveniente per la Gran Bretagna l’uscita dall’Unione Europea? O viceversa, è più conveniente per l’Unione Europea che i Britannici facciano le valigie e se ne vadano, al più presto, da Bruxelles, visto che la loro presenza pare sia stata, finora, piuttosto “ingombrante”, con pochi benefici pratici per le economie degli altri paesi-partner? In effetti la Gran Bretagna, pur appartenendo all’Unione Europea, aveva, tuttavia, conservato, in campo economico e monetario, alcune sue prerogative, quali per esempio, la conservazione della sterlina e, in campo politico, aveva continuato a mantenere, per ragioni storiche a tutti note, un “rapporto speciale” con gli Stati Uniti. Se posso esprimere la mia opinione, devo dire che, come al solito, quando si pongono interrogativi come quelli che abbiamo riportati, si corre il rischio di vedere i problemi da un angolo visuale che, a volte, appare sinceramente,  “abusato”, perché chiama in causa, come quasi sempre accade, tematiche di tipo economico e finanziario. Ora, nessuno ha niente contro l’economia e la finanza, ma non tutto può sempre essere riguardato solo ed esclusivamente sotto l’aspetto economico e finanziario. I popoli, qualunque sia la loro latitudine, sono provvisti di un’anima, di  valori umani e culturali e di un cuore che non hanno niente a che fare con i flussi economici e finanziari. Molto spesso questa semplice verità viene “dimenticata”, o,  meglio, viene volutamente “ignorata” dai commentatori. Signori miei non tutto è economia e non tutto si può sempre ricondurre solo ed esclusivamente al vile denaro. Per questo io penso che, sotto questo aspetto, nessuno può dire di averci guadagnato o di aver perso. Ma abbiamo perso tutti.
Ida Belfatto

n questi ultimi giorni si sente con frequenza usare, nel servizi giornalistici, sia televisivi che in quelli con la carta stampata, il temine “Brexit”. Più volte, mi è capitato di chiedermi se tutti (e quando dico tutti mi riferisco veramente a tutti e non solo a quelli che abitualmente leggono i giornali) comprendano il significato di questo termine. Si tratta di un neologismo di matrice anglosassone, come molti altri in questi ultimi tempi, in cui l’inglese si è imposto come lingua franca internazionale, composto dalla fusione (come spesso avviene in inglese) di due termini “BR”, che è la sigla con la quale viene indicata la Gran Bretagna e il termine di derivazione latina “Exit” (che letteralmente vuol dire, “esce”) ma che è entrato nella lingua inglese, insieme a numerosi  altri termini latini con significativi diversi,  per indicare il sostantivo “uscita” (fonte: https://www.forexinfo.it/Brexit-significato-e-conseguenze ). In altre parole, il termine  “Brexit”  vuole significare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, fatto accaduto lo scorso 23 Giugno 2016 attraverso un referendum popolare. L’esito è stato, in parte sorprendente, perché, sia pure con un lieve margine di vantaggio i sostenitori dell’uscita (circa diciassette milioni) hanno vinto rispetto a quelli che sostenevano di rimanere (remain) (circa sedici milioni e rotti). Nonostante il margine di vittoria sia stato esiguo, è tuttavia indiscutibile: la Gran Bretagna ha, senza alcun dubbio, ha deciso di uscire dall’Europa. Questa è l’unica realtà. In seguito alla vittoria, però, sono pochi coloro che sanno con certezza che cosa occorre fare. Intanto, il premier britannico Cameron ha dichiarato che intende dimettersi dall’incarico di “primo ministro” e che attiverà i negoziati per l’uscita a settembre. La decisione presa ha avuto un grande eco in tutto il mondo, tanto che i governanti del paese “in libera uscita” stanno dimostrando, con il loro comportamento, che non hanno alcuna fretta di lasciare l’Europa. La stessa Unione Europea non sa bene cosa fare. Alcuni (per esempio,  Junker,  il Presidente della Commissione) sembra siano  per un’accelerazione, perché sulla stampa vengono riportate alcune  dichiarazioni con le quali viene  dichiarato che l’uscita” deve essere immediata”, altri (per esempio, la Merkel) pare vogliano “frenare” e attivare, senza alcuna fretta, i negoziati di “uscita”. Ma ciò che più sorprende è il fatto che non si è ancora ben capito chi ci guadagna e chi ci perde. A livello economico è conveniente per la Gran Bretagna l’uscita dall’Unione Europea? O viceversa, è più conveniente per l’Unione Europea che i Britannici facciano le valigie e se ne vadano, al più presto, da Bruxelles, visto che la loro presenza pare sia stata, finora, piuttosto “ingombrante”, con pochi benefici pratici per le economie degli altri paesi-partner? In effetti la Gran Bretagna, pur appartenendo all’Unione Europea, aveva, tuttavia, conservato, in campo economico e monetario, alcune sue prerogative, quali per esempio, la conservazione della sterlina e, in campo politico, aveva continuato a mantenere, per ragioni storiche a tutti note, un “rapporto speciale” con gli Stati Uniti. Se posso esprimere la mia opinione, devo dire che, come al solito, quando si pongono interrogativi come quelli che abbiamo riportati, si corre il rischio di vedere i problemi da un angolo visuale che, a volte, appare sinceramente,  “abusato”, perché chiama in causa, come quasi sempre accade, tematiche di tipo economico e finanziario. Ora, nessuno ha niente contro l’economia e la finanza, ma non tutto può sempre essere riguardato solo ed esclusivamente sotto l’aspetto economico e finanziario. I popoli, qualunque sia la loro latitudine, sono provvisti di un’anima, di  valori umani e culturali e di un cuore che non hanno niente a che fare con i flussi economici e finanziari. Molto spesso questa semplice verità viene “dimenticata”, o,  meglio, viene volutamente “ignorata” dai commentatori. Signori miei non tutto è economia e non tutto si può sempre ricondurre solo ed esclusivamente al vile denaro. Per questo io penso che, sotto questo aspetto, nessuno può dire di averci guadagnato o di aver perso. Ma abbiamo perso tutti. 

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