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Area curata dal nostro direttore Fulvia Di Iulio che intervista personaggi rilevanti per il nostro territorio evidenziando i temi più interessanti del momento


Intervista al Presidente Coldiretti David Granieri.

David Granieri, presidente di Op Latium, membro della giunta esecutiva nazionale della Confederazione Nazionale Coldiretti e presidente della Coldiretti Lazio dal 2013, presidente regionale del Lazio e della federazione dell’organizzazione agricola di Roma e presidente di Unaprol , il più grande consorzio europeo di imprese olivicole, tutte italiane. David Granieri, 38 anni, è titolare di un’importante e affermata impresa agrituristica Granieri di cui è stato eletto per acclamazione. Alla Coldiretti, Granieri occupa il posto di Massimo Gargano che per oltre 10 anni ha rappresentato a livello regionale l’organizzazione diretta da Aldo Mattia. La politica di Granieri ha come fulcro salvaguardare le idee e il grande progetto per le filiere agricole, la valorizzazione dei prodotti col loro territorio, la trasparenza dei processi produttivi, la qualità e la sicurezza alimentare per mantenere la fiducia dei consumatori e il rilancio del Made in Lazio, per rilanciare la nostra economia. Sono 5 i punti più salienti del suo operato: la difesa del suolo dalla cementificazione, la lotta alla burocrazia, la querelle legata alla vertenza sul prezzo del latte, il rilancio del settore dei kiwi, il ruolo della Centrale del Latte e la programmazione territoriale e di tutela rappresentano gli argomenti trattati. Coldiretti Lazio rappresenta oltre 35.000 imprese, garantisce servizi ed assistenza alle aziende e ai cittadini oltre che nella propria sede operativa regionale anche in 5 sedi provinciali. Inoltre può contare su centinaia di uffici zona e oltre trecento recapiti presenti in sostanza in tutto il territorio.

Venerdì 5 maggio alle ore 8 circa di mattina, una colonna di fumo nera emergeva, si faceva spazio lentamente, nel cielo di Pomezia. Era la Eco X, uno stabilimento di rifiuti, che stava andando a fuoco. Dott. Granieri ci vuole raccontare che cosa è successo e le conseguenze di questa catastrofe ambientale?

È successo quello che non avremmo mai voluto. L’ennesimo episodio di inquinamento ambientale provocato da altre filiere produttive, ma che ha danneggiato l’agricoltura, intesa come attività di produzione e vendita. Da quel giorno 150 aziende agricole, che oltre a produrre, vendevano anche direttamente i propri raccolti sono praticamente in ginocchio. La raccolta di frutta e ortaggi è stata vietata nel raggio dei 5 km dall’impianto dove si è sviluppato il rogo con perdite pesantissime per 150 famiglie che, sebbene per esigenze di tutela della salute pubblica necessarie e condivisibili, si sono viste costrette a lasciare sul campo, a marcire, i prodotti dalla cui vendita deriva il loro principale reddito e la loro unica fonte di sostentamento. Auspichiamo, superata la criticità ambientale e una volta acclarato il ritorno alla normalità con la cessazione di qualsiasi rischio per la salute pubblica, una pronta ripartenza del sistema agricolo locale che non può prescindere da un risarcimento delle perdite economiche subite a causa del rogo. In questo senso ci aspettiamo segnali concreti da parte della Regione Lazio.

Parliamo di Velletri e la crisi nera che sta attraversando la cittadina a proposito della filiera dei kiwi, che le gelate e il maltempo hanno causato gravi danni, come si sta intervenendo?

Siamo intervenuti per quel poco che potevamo fare, avviando una forte iniziativa sindacale e sollecitando la Regione Lazio, che si è messa tempestivamente e con efficienza, a richiedere il riconoscimento dello stato di calamità naturale. Purtroppo temiamo che l’Unione Europea non accetterà la nostra richiesta, essendo kiwi e uva coltivazioni assicurabili con polizze private e per le quali è previsto il rimborso della metà del costo con fondi pubblici. Ecco, le gelate di aprile, ma anche la prolungata siccità devono indurre gli imprenditori a riflettere sulla opportunità di assicurare le produzioni dalle calamità naturali. È una strada obbligata ed è questa la traiettoria tracciata dalla Ue. Non a caso gli stati membri, Italia compresa, appostano sempre meno risorse sui fondi per indennizzare le attività produttive che subiscono danni da avversità atmosferiche per le quali è prevista la possibilità di assicurarsi. Comunque, i nostri soci che operano nel comprensorio dei Castelli hanno toccato con mano, anche in questo caso, la concretezza del nostro impegno in loro favore. Ma io non dico menzogne e non inganno mai alcuno con false aspettative. Ecco perché ripeto: abbiamo fatto tutto quello che potevamo, ma sui risultati non mi sento di anticipare esiti favorevoli

Di che cosa parla il progetto dei giovani e le imprese?

I giovani sono il punto qualificante della nostra attività. Ci crediamo convintamente, sono il futuro del nostro settore e mi conforta constatare come in tutto il Lazio sono sempre di più i giovani laureati che scelgono di impegnarsi in agricoltura non per ripiego, come succedeva una volta, ma con la gioia di una scelta consapevole e, sebbene difficile, vissuta con grande emozione e coinvolgimento. E tanti di loro li abbiamo incontrati appena due settimane fa a Roma, in una assemblea dedicata proprio alla realtà della imprenditoria agricola under 40. E proprio per sostenere questo rinnovamento generazionale abbiamo chiesto e ottenuto dalla Regione Lazio il rifinanziamento della misura del Psr dedicata ai nuovi insediamenti di aziende agricole. La Regione ha aggiunto ai fondi inizialmente stanziati altri 21 milioni di euro, ragion per cui riteniamo che potranno essere finanziate tutte le domande di sostegno presentate dai 1.218 giovani di Roma e del Lazio che hanno richiesto l’accesso ai contributi comunitari. Per ciascuno di loro ci sono 70.000 euro a disposizione, utili per fronteggiare parte delle spese necessarie per avviare l’azienda.

Ci può spiegare di che cosa tratta la sicurezza alimentare dei cittadini?

Semplice. Spieghiamo agli italiani cosa significa fare una spesa consapevole piuttosto che comprare prodotti agroalimentari che nessuno sa da dove arrivano, che nessuno da come e dove siano stati coltivati o confezionati e che nessuno sa esattamente cosa contengono. Sul fronte della sicurezza alimentare abbiamo vinto una battaglia straordinaria, con l’aiuto determinante dell’allora governo Renzi. Abbiamo chiesto e ottenuto dall’Unione Europea di introdurre in Italia l’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine del latte. Ciò significa che ora i consumatori italiani potranno scegliere – grazie all’obbligo di indicare sulle etichette la provenienza della materia prima –  se comprare latte al 100% italiano oppure se latte importato e scegliere tra formaggi fatti solo con latte italiano o invece quelli fatti con latte importato. La nostra azione sindacale a tutela dei nostri produttori e dei consumatori italiani non si esaurisce qui. Vogliamo che la provenienza della materia prima sia indicata anche su altri prodotti di largo consumo, come la pasta o il riso. E sia chiaro che non molliamo di un centimetro rispetto a questo fronte di battaglia sul quale registriamo la condivisione e il sostegno deciso e convinto del 90% dei nostri connazionali.

C’è qualcosa di cui vuole parlare e che non le ho chiesto?

Di agricoltura potremmo parlare per intere settimane e correremmo comunque il rischio di dimenticare qualcosa. Un ultimo cenno, se me lo consente, voglio farlo alla meravigliosa realtà dei mercati di Campagna Amica, la fondazione promossa da Coldiretti per incentivare la filiera corta e dunque il rapporto diretto tra chi produce e chi consuma. Ecco, i mercati stanno registrando ovunque consensi crescenti perché si sono accreditati come la piazza dell’incontro, della conoscenza, dello scambio di informazioni tra chi produce l’eccellenza agroalimentare e chi ne va in cerca per portare in tavola tesori autentici del gusto e un variegato campionario di genuinità e di sicurezza alimentare. Ecco, saluto e ringrazio tutti i soci che hanno iniziato questo percorso di valorizzazione del Made in Italy in sordina, quando tutti erano scettici. Li ringrazio oggi per aver creduto allora in questo straordinario progetto di promozione dell’agricoltura e dell’agroalimentare italiani. Infine grazie a voi per avermi concesso l’opportunità di questa intervista.

ntervista a Sandro Caracci, Presidente del Parco Regionale dei Castelli Romani.
parco dei castelli romani:
attività, Progetti ed emergenze

Intervista a Sandro Caracci, Presidente del Parco Regionale dei Castelli Romani.

Il progetto per dare vita ad un Parco al fine di tutelare il patrimonio naturale dei Colli Albani dalla crescente e smisurata crescita urbanistica dettata dai Piani regolatori dell’epoca, prende corpo il 10 aprile del 1976 con la costituzione di un Comitato cittadino composto da numerose Associazioni culturali ed ambientaliste dei Castelli Romani che raccolsero le firme per chiedere alla Regione Lazio l’istituzione dell’area protetta che fu istituita con la Legge regionale n. 2 del 13 gennaio 1984.


Presidente Caracci, a distanza di 33 anni dalla costituzione ufficiale del Parco dei Castelli Romani, qual è lo stato dell’arte ad oggi?

Il Parco Regionale dei Castelli Romani ha alle spalle una storia di grande consapevolezza, sensibilità, lungimiranza e senso civico. Come Lei ha ricordato, furono proprio gli abitanti dei Castelli Romani a mobilitarsi, ad impegnarsi in prima persona per chiedere l'istituzione di un'area protetta che difendesse il patrimonio ambientale dei Colli Albani, minacciati dai Piani regolatori che prevedevano un incremento abitativo abnorme sino a 600 mila abitanti.


Agli inizi degli anni ‘90 il nostro Paese si è dotato di una legge quadro sulle aree protette (la 394 del 1991), che ha consentito anche alla Regione Lazio di adeguare la sua legislazione in materia attraverso la legge regionale n. 29 del 1997. Oggi le aree protette del Lazio, di cui il nostro Parco è parte integrante, formano un sistema dotato di strutture e di personale in grado di assolvere al ruolo di tutela, ma anche di valorizzazione dei territori loro affidati. Certo, le incertezze legate alle varie fasi politiche ed i passaggi tra una gestione e l’altra, come ad esempio il passaggio da Consorzio tra Comuni ad Ente di diritto pubblico, non sempre sono state legate dall’unico filo conduttore che è, e rimane, la tutela del nostro territorio, favorendo – a volte – disorientamento tra i cittadini e frustrazione in chi, invece, ha sempre creduto nel Parco e alla sua insostituibile funzione di laboratorio di buone pratiche tese alla conservazione del paesaggio, degli habitat naturali, al miglioramento e alla riqualificazione della biodiversità.

Ciononostante, un dato incontrovertibile che più degli altri dà il segno della funzione svolta dal Parco in tutti questi anni, e del quale forse molti ignorano l’importanza, risiede nella conservazione di un invidiabile patrimonio di biodiversità, sia vegetale che animale. Tanto per fare alcuni esempi, a distanza poco più di un trentennio dalla sua costituzione, oggi il Parco annovera all’interno del suo perimetro ben 1150 entità floristiche che sino agli anni ’60 del secolo scorso erano presenti su tutta l’area dei Colli Albani, così come ha registrato il ritorno di rapaci quali il Falco Pellegrino e l’aquila Biancone, il Circaeus gallicus di circa due metri di apertura alare. Per non parlare poi dell’azione svolta a tutela della biodiversità in alcuni ambiti del territorio, attraverso il riconoscimento nella Rete Natura 2000 dell’Unione Europea di ben quattro SIC (Siti di Interesse Comunitario) e ZPS (Zona di Protezione Speciale), rientranti nella Rete Natura 2000 dell’Unione Europea per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario.

Ad oggi, però, manca quello che è lo strumento principe per poter efficacemente operare per la tutela del territorio, vale a dire il Piano del Parco che, seppure adottato da alcuni anni, ancora non può esplicare i suoi effetti. Proprio nei giorni scorsi, abbiamo pubblicato il Rapporto Ambientale che consentirà finalmente alla Regione Lazio, una volta esaurito tutto l’iter procedurale, di avviarlo alla definitiva approvazione.


Quali sono state le attività intraprese dal Parco negli ultimi tempi?

Come detto, le quotidiane attività del Parco sono volte principalmente alla tutela delle risorse ambientali, al ripristino e alla conservazione degli habitat. Ciò comporta tutta una serie di monitoraggi, incluse attività di ricerca, ma molte sono anche le mansioni amministrative che vengono svolte dal personale interno all’Ente, (procedure relative al rilascio di Nulla Osta edilizi, ambientali, forestali, ecc.), A queste si aggiungono le attività di vigilanza da parte dei Guardiaparco e di educazione ambientale svolte nelle scuole del territorio e l’organizzazione di visite guidate. Nell’ultimo anno, poi, il Parco ha assunto il ruolo di Ente capofila nel progetto Europeo “LIFE GO PARK” concluso ad ottobre 2016 e nato con l’intento di migliorare la conoscenza delle Aree naturali Protette del Lazio da parte dei cittadini, rendendoli consapevoli dell’importanza di una interazione responsabile tra uomo e natura e della necessità di conservare l’ambiente in cui viviamo. In questo progetto sono stati coinvolti centinaia di studenti, insegnanti, cittadini e professionisti che operano nel settore ambiente della nostra Regione.

Particolare rilievo, in tale ambito, ha avuto il progetto “Google Street View”, che ha permesso, tra l’altro, al sentiero della Via Sacra che conduce a Monte Cavo ed a quello dell’Artemisio, con partenza da Fontana Marcaccio nel Comune di Velletri, fino al Maschio d’Ariano nel Comune di Lariano, di entrare a far parte del mercato turistico digitale, facendo conoscere ad un pubblico internazionale le bellezze storiche e naturalistiche del nostro territorio e quelle delle altre Aree protette del Lazio. 

Rilevante è stata l’attività che ha portato alla recente sigla del protocollo d’intesa  con “Herity International”, Organizzazione internazionale per la certificazione di qualità della gestione del patrimonio culturale, attraverso la quale l’Ente Parco è riuscito a coinvolgere ben nove Comuni dei Castelli Romani ai fini del rilascio della prestigiosa Certificazione di Qualità HGES, ai più importanti Musei e centri culturali del territorio. L’idea è quella di fare dei Castelli Romani un luogo riconosciuto di qualità anche dal punto di vista dei servizi culturali offerti dalla sua vasta rete museale.

Il protocollo d’intesa siglato con il Consorzio SBCR e la XI^ Comunità Montana Castelli Romani e Prenestini per la promozione unitaria e complessiva della destinazione turistica dei Castelli Romani, rappresenta una pietra miliare per non disperdere in mille rivoli risorse e potenzialità nei confronti di un mercato turistico nazionale ed internazionale sempre più agguerrito e alla ricerca di prodotti e mete di qualità. Nei prossimi giorni sarà disponibile il nuovo programma “Enjoy Castelli Romani”, che dà il segno dell’azione svolta  dai tre Enti per promuovere unitariamente le migliori iniziative e tradizioni castellane, attraverso un ricco e variegato programma di attività. In questo caso il Parco sarà presente con la storica manifestazione “Cose Mai Viste”, che è frutto del lavoro svolto in tutti questi anni per far crescere una articolata e sempre più qualificata rete di associazionismo che affianca l’Ente nella delicata funzione di comunicazione ambientale.

Per ultimo, ma solo in ordine temporale, vorrei segnalare il lavoro che da circa un anno il Parco sta svolgendo ai fini  del riconoscimento da parte dell’UNESCO  del territorio originato dal Vulcano Laziale quale “Geoparco”. Al termine del lungo e delicato lavoro, auspichiamo che quest’area di enorme valore, anche dal punto di vista della Geodiversità, venga inserita nella prestigiosa rete internazionale dei Geoparchi che, com’è noto, nell’ultima Conferenza del novembre 2015 tenutasi a Parigi, è  riconosciuta quale patrimonio dell’umanità dal prestigioso Organismo internazionale.

Quali sono le emergenze che vi trovate ad affrontare ogni giorno?

Tra le tante vorrei citare quella che negli ultimi anni ha assunto livelli preoccupanti. Mi riferisco all’abbandono indiscriminato dei rifiuti, di materiali e scarti di lavori edili a bordo delle strade di accesso ai Castelli Romani e, soprattutto, all’interno delle aree verdi e dei boschi. Anche se le competenze in questa materia sono demandate ai Comuni (D. Lgs. 152/2006 e successive modifiche e integrazioni), siamo quotidianamente oggetto di accuse indiscriminate da parte di chi ritiene che di tale materia debba occuparsi l’Ente Parco. Vorrei cogliere l’occasione per ribadire che l’Ente Parco non solo provvede periodicamente a segnalare ai singoli Enti competenti, attraverso il suo servizio di vigilanza, le micro e macro discariche presenti sul proprio perimetro di competenza,  ma spesso interviene con campagne di pulizia straordinaria, realizzate in collaborazione con i Comuni interessati e la partecipazione attiva di molte associazioni e cittadini. Però, vista la dimensione che il problema ha assunto, oramai necessitano azioni coordinate tra tutti gli Enti interessati (Comuni ed Area Metropolitana romana in primis) per mettere in campo iniziative congiunte fondate essenzialmente su tre azioni: maggiore comunicazione, prevenzione e repressione di quelli che sono dei veri e propri reati ambientali. Su questo aspetto abbiamo già tenuto un’apposita discussione nell’ambito della Comunità del Parco con i sindaci del territorio e contiamo di coordinare al più preso un tavolo di lavoro per avviare azioni congiunte, mirate a far crescere una rinnovata sensibilità su questi temi e a reprimere, anche con l’ausilio delle moderne tecnologie,  quello che non è più un fenomeno di inciviltà, ma un attacco alla nostra salute, alla bellezza del paesaggio e del nostro patrimonio boschivo. 


Il prossimo 10 aprile 2017, dalle ore 9.30 alle ore 15.00, a Villa Barattolo, sede degli Uffici dell'Ente Parco, in via Cesare Battisti, 5 Rocca di Papa - RM -, si terrà l’iniziativa “Parco anch’io” per ricordare la data del 10 aprile 1976 quando Associazioni e cittadini dei Castelli Romani si riunirono per dare vita al Comitato promotore che porto, poi, all’istituzione dell’area protetta. Sarà l’occasione per ricordare come tutto iniziò e, soprattutto, per guardare al futuro del nostro ambiente naturale, paesaggistico e culturale accogliendo proposte e perché no, anche critiche tese a migliorare l’azione di tutela e di valorizzazione del Parco. Tutte le informazioni sono presenti sul sito istituzionale dell’Ente nella sezione “ultime notizie”: http://www.parcocastelliromani.it/

concorrenti della prima edizione italiana di Matrimonio a prima vista, il seguitissimo format di Sky, in prima serata dall 19 maggio e terminato il 9 giugno 2016 (Ora andrà in onda su canale8). Tre esperti: Mario Abis, sociologo docente allo IULM di Milano; Nada Loffredi, sessuologa, psicoterapeuta e docente di psicologia all’Università La Sapienza di Roma, e Gerry Grassi, psicologo, psicoterapeuta e direttore Clinico del Centro TIB (Terapie Innovative Brevi), hanno selezionato 800 candidati. Attraverso metodi scientifici, i tre scienziati hanno formato tre coppie che hanno vissuto come marito e moglie per cinque settimane, affrontando gioie e dolori della convivenza.
Al termine dell’esperimento i partecipanti saranno liberi di decidere se continuare il matrimonio oppure divorziare.
Le tre coppie formate da Alessandra e Andrea, Annalisa e Fabrizio, Lara e Marco, si sono concluse con un divorzio, gli uomini non se la sono sentita di continuare il matrimonio, mentre le donne avrebbero continuato l’esperimento. La coppia che più ha lasciato perplessi è stata quella formata da Andrea e Alessandra, poiché l’uomo ha rifiutato di vivere sotto lo stesso tetto con Alessandra, la quale si è trasferita in un altro appartamento.
(http://skyuno.sky.it/skyuno/news/matrimonio-a-prima-vista-italia.html )
Alessandra ci può raccontare la tua esperienza come concorrente al programma: Matrimonio a prima vista?
È stata un’esperienza importante per me. È stata dura, spesso. Conta che io ho fatto il cambiamento maggiore. Cambio città. Cambio casa. Distacco dalla famiglia e dagli amici ... Ma alla fine guardò il lato positivo.
Hai conosciuto gli altri concorrenti del contest?
Sì. Avevo conosciuto Lara ai casting ed era nata già un'amicizia. Alla fine delle riprese ho conosciuto anche gli altri. Tutte brave persone. Serie e positive.
Perché ha deciso di partecipare? Qualcuno ti ha convinto?
Ero single da un po' di tempo, quando ho visto lo spot in TV, ho pensato che potesse essere interessante il fatto che la persona giusta sia selezionata per me tramite metodi psicologici e scientifici. Inoltre ho visto un'occasione per fare un'esperienza di vita personale. Ho accettato con entusiasmo l’idea di vivere a Roma. Ed ho vissuto un’esperienza unica. Roma mi ha stregata e mi ha accolta a braccia aperte. Ho conosciuto molte persone alle quali voglio bene. Persone solari e aperte. I romani sono accoglienti, disponibili e generosi.
Che cosa ha imparato da questa esperienza? La rifaresti di nuovo?
La rifarei. Però sarebbe stato bello trovare davvero la persona giusta. Ma forse era troppo difficile. Ho imparato molto su me stessa. Mi sono fortificata e mi sono resa più sicura e indipendente. Inoltre ricevo tanti messaggi positivi che mi hanno davvero fatto felice e fiera di me.
Tutta la notorietà che hai avuto, ha cambiato la tua vita?
Molte persone mi scrivono e mi riconoscono. Ma io sono sempre la stessa. Mi ha aperto qualche porta. Ho avuto qualche esperienza lavorativa che non avrei magari potuto ottenere prima. Ho fatto una sfilata di abiti da sposa per esempio. Per il resto svolgo la mia vita normalmente.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Vedremo quello che mi si prospetterà in futuro. Valuterò proposte serie e che mi si addicano.

I concorrenti della prima edizione italiana di Matrimonio a prima vista, il seguitissimo format di Sky, in prima serata dall 19 maggio e terminato il 9 giugno 2016 (Ora andrà in onda su canale8). Tre esperti: Mario Abis, sociologo docente allo IULM di Milano; Nada Loffredi, sessuologa, psicoterapeuta e docente di psicologia all’Università La Sapienza di Roma, e Gerry Grassi, psicologo, psicoterapeuta e direttore Clinico del Centro TIB (Terapie Innovative Brevi), hanno selezionato 800 candidati. Attraverso metodi scientifici, i tre scienziati hanno formato tre coppie che hanno vissuto come marito e moglie per cinque settimane, affrontando gioie e dolori della convivenza. 

Al termine dell’esperimento i partecipanti saranno liberi di decidere se continuare il matrimonio oppure divorziare. 

Le tre coppie formate da Alessandra e Andrea, Annalisa e Fabrizio, Lara e Marco, si sono concluse con un divorzio, gli uomini non se la sono sentita di continuare il matrimonio, mentre le donne avrebbero continuato l’esperimento. La coppia che più ha lasciato perplessi è stata quella formata da Andrea e Alessandra, poiché l’uomo ha rifiutato di vivere sotto lo stesso tetto con Alessandra, la quale si è trasferita in un altro appartamento.

(http://skyuno.sky.it/skyuno/news/matrimonio-a-prima-vista-italia.html )


Alessandra ci può raccontare la tua esperienza come concorrente al programma: Matrimonio a prima vista? 

È stata un’esperienza importante per me. È stata dura, spesso. Conta che io ho fatto il cambiamento maggiore. Cambio città. Cambio casa. Distacco dalla famiglia e dagli amici ... Ma alla fine guardò il lato positivo. 

Hai conosciuto gli altri concorrenti del contest?

Sì. Avevo conosciuto Lara ai casting ed era nata già un'amicizia. Alla fine delle riprese ho conosciuto anche gli altri. Tutte brave persone. Serie e positive.

Perché ha deciso di partecipare? Qualcuno ti ha convinto?

Ero single da un po' di tempo, quando ho visto lo spot in TV, ho pensato che potesse essere interessante il fatto che la persona giusta sia selezionata per me tramite metodi psicologici e scientifici. Inoltre ho visto un'occasione per fare un'esperienza di vita personale. Ho accettato con entusiasmo l’idea di vivere a Roma. Ed ho vissuto un’esperienza unica. Roma mi ha stregata e mi ha accolta a braccia aperte. Ho conosciuto molte persone alle quali voglio bene. Persone solari e aperte. I romani sono accoglienti, disponibili e generosi.

Che cosa ha imparato da questa esperienza? La rifaresti di nuovo?

La rifarei. Però sarebbe stato bello trovare davvero la persona giusta. Ma forse era troppo difficile. Ho imparato molto su me stessa. Mi sono fortificata e mi sono resa più sicura e indipendente. Inoltre ricevo tanti messaggi positivi che mi hanno davvero fatto felice e fiera di me. 

Tutta la notorietà che hai avuto, ha cambiato la tua vita?

Molte persone mi scrivono e mi riconoscono. Ma io sono sempre la stessa. Mi ha aperto qualche porta. Ho avuto qualche esperienza lavorativa che non avrei magari potuto ottenere prima. Ho fatto una sfilata di abiti da sposa per esempio. Per il resto svolgo la mia vita normalmente.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Vedremo quello che mi si prospetterà in futuro. Valuterò proposte serie e che mi si addicano.


Intervista al Dott. Raffaele Galli, Direttore Sanitario RM H3 (Ciampino e Marino)

Se me lo consente affronto l’argomento con un sostanzioso ma necessario preambolo. I bisogni di salute sono tanti quanti sono i desideri dell’uomo, cioè praticamente sconfinati. Il fenomeno è noto fin dall’antichità ma, il vertiginoso ed esponenziale progredire della scienza medica, ha fatto si che un numero consistente di questi divenisse bisogno sanitario, ovvero fosse soddisfacibile ricorrendo alla medicina. Ogni giorno nuove scoperte fanno transitare bisogni di salute nei bisogni sanitari. L’enorme diffusione dell’informazione attraverso molteplici canali, fa si che un numero elevatissimo di persone sia a conoscenza di accresciute possibilità e vantaggi. Appare evidente che nessun paese, neppure il più ricco, possa sostenere la domanda crescente e le aspettative che ciascuno ripone nell’aumentare il proprio benessere. La soluzione adottata oramai da tutti i paesi è quella dell’introduzione del concetto di necessità assistenziale: si tratta sostanzialmente di un escamotage per  definire una linea di confine tra ciò che un determinato paese eroga a suo carico e quanto, per essendovi una soluzione medica, resta a carico dei singoli individui sotto il profilo economico. Lei ha detto bene, formulando la domanda, che la sfiducia dei cittadini è verso la Sanità.

Medici ed operatori sanitari raccolgono ancora ampio consenso e stima dalla maggior parte delle persone e la fiducia, nonostante venga sempre dato ampio risalto ai cosiddetti casi di malasanità, è ancora molto elevata. Del resto un vecchio detto recita: fa più rumore un albero che cade rispetto ad una foresta che cresce.

D: In questo scenario come si colloca l’Italia?
Il nostro paese ha abbracciato, col passaggio dal vecchio sistema delle mutue al Servizio Sanitario Nazionale,  il modello Beveridge, mutuandolo da quello anglosassone. Si tratta del modello di assistenza più completo, che tutto il mondo ci invidiava, coprendo la totalità dei bisogni: prevenzione, cura e riabilitazione. La bellezza, come sempre, ha un costo che, negli anni, si è rivelato insostenibile . Così, le nostre necessità assistenziali hanno preso il nome di LEA, meglio conosciuti come Livelli essenziali di assistenza. Il federalismo regionale sanitario ha poi messo a segno il  colpo di grazia, creando disomogeneità di trattamento tra cittadini residenti in regioni diverse. Credo che, nell’attesa di un riequilibrio tra le Regioni, sia necessario ricondurre al governo centrale alcune funzioni per contrastare le disuguaglianze
D: La nostra Regione come si colloca in questo panorama?
Il Lazio, dopo anni di ritardo, ha in corso un’accelerazione intensa delle riforme e, soprattutto, del ripiano dei debiti. Uscire dal commissariamento, imposto alle regioni non virtuose, è l’unico modo per investire e riqualificare. Quello che ripeto costantemente ai miei studenti è che la sanità è fatta non di edifici o apparecchiature, ma da persone ed attività. Se non ci sarà un investimento in termini di capitale umano, inteso come persone e come qualificazione, è inutile ammodernare o costruire strutture ed altrettanto inutile investire in tecnologie. Mi sembra che si sia imboccata la strada giusta. Vedremo a breve se saranno mantenute le aspettative.
D: Uno dei problemi maggiormente sentiti dalla popolazione è la lunghezza delle liste di attesa. Recentemente la Regione Lazio ha introdotto  le classi di priorità sulle prenotazioni. Lei ritiene sia una soluzione  efficace per agire sulle liste d’attesa?
Si tratta di una vera e propria rivoluzione, già sperimentata in altre regioni italiane. Il nuovo modello si fonda sulla valutazione clinica del medico prescrittore, che assicura la prescrizione in relazione alla gravità della patologia. Il curante quindi, riporterà sulla ricetta la classe di priorità ritenuta più appropriata alla situazione del paziente, tenendo conto del rischio per la salute e dello stato di sofferenza. Sull'impegnativa sono indicate alcune lettere maiuscole che indicano proprio quanto precoce debba essere l'esecuzione della prestazione:
U = Urgente, ovvero da garantire entro 48  ore e quindi da riservare ai casi gravi in cui vi può essere un reale rischio per il paziente; B = Breve attesa, ovvero può aspettare fino ad un massimo di 10 giorni; D = Differita, per le prestazioni che possono attendere fino a 30 giorni (se si tratta di visite specialistiche) o fino a 60 giorni (per gli esami e le prestazioni strumentali); P = Programmabile, ovvero riferita a problemi che richiedono approfondimenti ma che non necessitano di risposta in tempi rapidi;
D: Quindi questa soluzione sta veramente abbattendo i tempi di attesa?
Mi piacerebbe risponderle di si, purtroppo nella nostra regione il ricorso all’utilizzo di questa risorsa è molto basso da parte dei medici prescrittori. In assenza dell’indicazione di uno dei codici la priorità è automaticamente assegnata alla classe programmabile e, quindi, la prestazione slitta a ben oltre sei mesi. Il paradosso è che, dovendo il sistema garantire una quota di prestazioni da assicurare entro 48 ore, una parte rilevante delle disponibilità è congelata fino alle 48 ore precedenti, dopodichè il ReCUP regionale le rende disponibili per le altre classi di priorità. Questo genera il paradosso che non sempre chi prima arriva meglio alloggia: può capitare che un cittadino riceva una prenotazione per fine dell’anno ed un altro, un paio di giorni dopo, si veda assegnare la medesima prestazione….per la mattina stessa o il giorno seguente.
Mi auguro che, al raggiungimento della maturità del sistema, il maggior ricorso a tale opportunità negli atti prescrittivi possa dare i vantaggi auspicati, già ben visibili nelle regioni che hanno già adottato tale modello
D: Lei è stato coautore del Manuale: “Punto Unico di Accesso”, di che cosa si tratta, Ce ne vuole parlare?
Ho scritto un’infinità di procedure, ma quella che mi cita è motivo di particolare orgoglio per me. Ho sempre avuto una particolare propensione per la semplificazione ed un sentimento di affetto per i più deboli, pertanto l’idea di un luogo di accoglienza per cittadini con particolare fragilità sanitaria o sociale mi ha entusiasmato da subito. Ciò che ho sempre mal sopportato, nella mia oramai trentennale carriera , è che ad accedere alle possibilità offerte dal sistema sono sempre i più  colti, i più informati, i più disinvolti ed (ahimé ) i più furbi.
Spesso restano esclusi proprio i più bisognosi. Il PUA supera questo modello, realizzando  l’equità di accesso alle prestazioni . Il Pua del Distretto che dirigo è uno dei più efficienti nel Lazio, vuoi per numero di accessi, vuoi per casi risolti. Debbo aggiungere che ciò è stato possibile anche grazie alla splendida collaborazione della Dr.ssa Loredana Capitani e del Dr Angelo Francescato, che hanno fortemente voluto assieme a me sostenere questo sogno.
Nasce a Buenos Aires nel ‘55, da genitori “emigranti”, anche se non con la valigia di cartone. Alcune delle rare foto dell’epoca lo ritraggono anche in Africa equatoriale francese, sud America ed un  Portogallo, in quegli anni, paese in via di sviluppo. Questo vissuto segna profondamente il suo carattere: la passione quasi compulsiva per i viaggi estremi e la non identità nazionale e culturale, quasi apolide, scandiscono le sue tappe di crescita: attraversa medio oriente, africa ed asia nelle situazioni più difficili: è espulso da Siria e Tibet per la difesa dei diritti civili. Incappa nella presa di Kabul da parte dei Talebani, è testimone di momenti drammatici nella guerra Tamil nello Sri lanka. Incontra in due occasioni il governo in esilio del Dalai Lama e stringe rapporti con l’opposizione (oggi governo) nel Myanmar (ex Birmania). Tutte queste esperienze esaltano in lui la passione per la difesa degli ultimi ,dei deboli, degli oppressi  e degli esclusi. E’ giocoforza  accettare, senza esitazioni, l’incarico di referente regionale per la salute dei migranti, anche in un momento di profonda crisi economica che rende impopolare il ruolo di “ amico di quelli che sottraggono risorse e lavoro”. Con la stessa logica accetta, senza indugio, il ruolo di referente regionale per le malattie rare, vedendo i tali sfortunate persone l’espressione più pura dei dimenticati dall’industria della ricerca e dalla società. Dalla laurea in medicina e chirurgia all’attuale incarico di direttore di distretto la parola d’ordine è inquietudine: sperimenta tutte le forme professionali assistenziali possibili nella migliore tradizione della “gavetta” e transita da un incarico all’altro, per lo più abbandonandolo dopo alcuni anni, anche a fronte di risultati eccellenti, con la motivazione che, ormai, non vedo più i difetti del sistema ed è meglio intervenga qualcun altro.
Risulta idoneo alla selezione nazionale di Direttore Generale per la Regione Lazio ma non pensa neppure per un attimo ad occupare un ruolo politico. Non sono uno stratega e voglio stare tra la gente- dichiara- sul fronte di quanti chiedono e, spesso, non riescono a ottenere-.
Insofferente alle regole sperimenta in continuazione, nel rispetto delle norme e teso al  risultato,  modelli alternativi di realizzazione degli obiettivi. Mutua dall’industria tecniche quali il benchmarking e l’overbookin ragionato e variabile conseguendo risultati insperati in termini di produttività (dai recuperi milionari dell’incarico di Direttore dell’Area erogatori accreditati all’incremento del 300% della produttività come Direttore dei Distretto) . Adora mettersi in discussione e sfidarsi, dal gradimento dell’utenza al gradimento dei dipendenti, commissionandolo  a funzioni esterne alla sua direzione e rendendo i dati pubblici: il risultato è notevole in entrambi i casi.
Confortato dall’uso dei sistemi manageriali dei mercati tradizionali, sperimenta tecniche come gli incontri face to face ed i focus group con quanti producono spesa nel sistema sanitario. La tecnica, dapprima guardata con sospetto e ritenuta azzardata, diventa modello aziendale di riferimento nel settore.
Crede profondamente nell’ empowerment: non si ferma di fronte alle qualifiche professionali cercando in ciascuno la vena produttiva sepolta che stimola e cerca di far emergere fino a guidarla al risultato comune.
Dice di se:  “ non sono nessuno senza i miei collaboratori” ed ogni anno rende pubblici i risultati raggiunti ringraziando tutti per il fondamentale aiuto.
Rammaricandosi di un mancato ricambio generazionale crede nella trasmissione del know out, che realizza con l’insegnamento,  incarichi di Professore a contratto di Economia sanitaria e management , oltre che consulenze per prestigiose strutture ospedaliere e produce una serie di manuali di procedure per tutte le strutture in cui è chiamato a lavorare. Lo scopo, dichiara, non è creare le regole, ma validarle e renderle trasmissibili. E’ una vittoria quando qualcuno le revisiona e le migliora perché, chiosa citando Thomas Jefferson , le mani dei morti non debbono intralciare  il cammino dei vivi.

D: Cosa pensa del senso diffuso di sfiducia che è facile cogliere nei cittadini riguardo la Sanità in generale?

Se me lo consente affronto l’argomento con un sostanzioso ma necessario preambolo. I bisogni di salute sono tanti quanti sono i desideri dell’uomo, cioè praticamente sconfinati. Il fenomeno è noto fin dall’antichità ma, il vertiginoso ed esponenziale progredire della scienza medica, ha fatto si che un numero consistente di questi divenisse bisogno sanitario, ovvero fosse soddisfacibile ricorrendo alla medicina. Ogni giorno nuove scoperte fanno transitare bisogni di salute nei bisogni sanitari. L’enorme diffusione dell’informazione attraverso molteplici canali, fa si che un numero elevatissimo di persone sia a conoscenza di accresciute possibilità e vantaggi. Appare evidente che nessun paese, neppure il più ricco, possa sostenere la domanda crescente e le aspettative che ciascuno ripone nell’aumentare il proprio benessere. La soluzione adottata oramai da tutti i paesi è quella dell’introduzione del concetto di necessità assistenziale: si tratta sostanzialmente di un escamotage per  definire una linea di confine tra ciò che un determinato paese eroga a suo carico e quanto, per essendovi una soluzione medica, resta a carico dei singoli individui sotto il profilo economico. Lei ha detto bene, formulando la domanda, che la sfiducia dei cittadini è verso la Sanità. 

Medici ed operatori sanitari raccolgono ancora ampio consenso e stima dalla maggior parte delle persone e la fiducia, nonostante venga sempre dato ampio risalto ai cosiddetti casi di malasanità, è ancora molto elevata. Del resto un vecchio detto recita: fa più rumore un albero che cade rispetto ad una foresta che cresce.

D: In questo scenario come si colloca l’Italia?

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Franco J. Marino è un autore, compositore e interprete, nato a Napoli ma romano di adozione, opera nel panorama musicale nazionale e internazionale collaborando con importanti artisti di fama mondiale, tra i quali Mauro Malavasi, Andrea Bocelli, Lucio Dalla, Tony Esposito, Leo Z, Nathan Pacheco, Alessandro Rinella, Chloe Agnew, Petra Berger, Karine Carusi. Dal 1992 al 2015 si occupa di molti progetti, parallelamente la sua carriera di autore e compositore: scrive le sigle ufficiali della “Columbus Games” e quella di Rai1 “Serate mondiali”, scrive cinque brani per l'album "Tropico" di Tony Esposito, pubblica il suo primo singolo "Preghiera", scrive "Non vergognarsi mai” per Lucio Dalla nell’album "Ciao", scrive per Andrea Bocelli il singolo “Domani”, nell’LP "Andrea", collabora con Mauro Malavasi e Leo Z al progetto “Bolero” scrivendo il testo della canzone “L’Assenza”. Nel 2011 pubblica il suo primo disco "Il Pescatore di Stelle" di cui è autore, compositore, interprete e produttore e che lo consacra “figlio della migliore poetica tradizionale napoletana”. Nel 2012 scrive, in collaborazione con Leo-Z, il brano "La Scelta", per il tenore americano Nathan Pacheco e riceve il premio AFI per l'attività compositiva a livello internazionale, consegnatogli in occasione del memorial "Mario Musella", organizzato dalla Rai presso il "Maschio Angioino" di Napoli. Nel maggio 2015 scrive la versione italiana del singolo "Adesso o mai" di Arianna feat. Shaggy e lancia il suo singolo "Ogni giorno che verrà. L’EP prodotto dallo stesso Franco J. Marino insieme all’amico Mauro Malavasi, musicista, scrittore, arrangiatore e produttore, in collaborazione con Steve Galante. Tra i cinque brani contenuti in questo progetto, legati insieme dal tema dell’amore inteso nel senso più ampio e spirituale, c’è anche "Domani", scritto da Franco J. Marino per Andrea Bocelli (in “Andrea” 2004 e "Vivere - Live in Tuscany" 2008), qui proposto dal cantautore in una versione da lui interpretata. Sabato 12 dicembre il cantautore Franco J. Marino si esibirà all’Auditorium Parco della Musica di Roma durante il concerto natalizio di beneficenza “NATALE È QUI 2”. Parte del ricavato della serata sarà devoluto all’Associazione Onlus “The Children For Peace”.
http://www.francojmarino.com/bio.html; Ufficio Stampa: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


Franco quando hai capito che il tuo futuro lavorativo sarebbe dipeso dalla tua vena artistica?

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News in breve

“L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea”

n questi ultimi giorni si sente con frequenza usare, nel servizi giornalistici, sia televisivi che in quelli con la carta stampata, il temine “Brexit”. Più volte, mi è capitato di chiedermi se tutti (e quando dico tutti mi riferisco veramente a tutti e non solo a quelli che abitualmente leggono i giornali) comprendano il significato di questo termine. Si tratta di un neologismo di matrice anglosassone, come molti altri in questi ultimi tempi, in cui l’inglese si è imposto come lingua franca internazionale, composto dalla fusione (come spesso avviene in inglese) di due termini “BR”, che è la sigla con la quale viene indicata la Gran Bretagna e il termine di derivazione latina “Exit” (che letteralmente vuol dire, “esce”) ma che è entrato nella lingua inglese, insieme a numerosi  altri termini latini con significativi diversi,  per indicare il sostantivo “uscita” (fonte: https://www.forexinfo.it/Brexit-significato-e-conseguenze ). In altre parole, il termine  “Brexit”  vuole significare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, fatto accaduto lo scorso 23 Giugno 2016 attraverso un referendum popolare. L’esito è stato, in parte sorprendente, perché, sia pure con un lieve margine di vantaggio i sostenitori dell’uscita (circa diciassette milioni) hanno vinto rispetto a quelli che sostenevano di rimanere (remain) (circa sedici milioni e rotti). Nonostante il margine di vittoria sia stato esiguo, è tuttavia indiscutibile: la Gran Bretagna ha, senza alcun dubbio, ha deciso di uscire dall’Europa. Questa è l’unica realtà. In seguito alla vittoria, però, sono pochi coloro che sanno con certezza che cosa occorre fare. Intanto, il premier britannico Cameron ha dichiarato che intende dimettersi dall’incarico di “primo ministro” e che attiverà i negoziati per l’uscita a settembre. La decisione presa ha avuto un grande eco in tutto il mondo, tanto che i governanti del paese “in libera uscita” stanno dimostrando, con il loro comportamento, che non hanno alcuna fretta di lasciare l’Europa. La stessa Unione Europea non sa bene cosa fare. Alcuni (per esempio,  Junker,  il Presidente della Commissione) sembra siano  per un’accelerazione, perché sulla stampa vengono riportate alcune  dichiarazioni con le quali viene  dichiarato che l’uscita” deve essere immediata”, altri (per esempio, la Merkel) pare vogliano “frenare” e attivare, senza alcuna fretta, i negoziati di “uscita”. Ma ciò che più sorprende è il fatto che non si è ancora ben capito chi ci guadagna e chi ci perde. A livello economico è conveniente per la Gran Bretagna l’uscita dall’Unione Europea? O viceversa, è più conveniente per l’Unione Europea che i Britannici facciano le valigie e se ne vadano, al più presto, da Bruxelles, visto che la loro presenza pare sia stata, finora, piuttosto “ingombrante”, con pochi benefici pratici per le economie degli altri paesi-partner? In effetti la Gran Bretagna, pur appartenendo all’Unione Europea, aveva, tuttavia, conservato, in campo economico e monetario, alcune sue prerogative, quali per esempio, la conservazione della sterlina e, in campo politico, aveva continuato a mantenere, per ragioni storiche a tutti note, un “rapporto speciale” con gli Stati Uniti. Se posso esprimere la mia opinione, devo dire che, come al solito, quando si pongono interrogativi come quelli che abbiamo riportati, si corre il rischio di vedere i problemi da un angolo visuale che, a volte, appare sinceramente,  “abusato”, perché chiama in causa, come quasi sempre accade, tematiche di tipo economico e finanziario. Ora, nessuno ha niente contro l’economia e la finanza, ma non tutto può sempre essere riguardato solo ed esclusivamente sotto l’aspetto economico e finanziario. I popoli, qualunque sia la loro latitudine, sono provvisti di un’anima, di  valori umani e culturali e di un cuore che non hanno niente a che fare con i flussi economici e finanziari. Molto spesso questa semplice verità viene “dimenticata”, o,  meglio, viene volutamente “ignorata” dai commentatori. Signori miei non tutto è economia e non tutto si può sempre ricondurre solo ed esclusivamente al vile denaro. Per questo io penso che, sotto questo aspetto, nessuno può dire di averci guadagnato o di aver perso. Ma abbiamo perso tutti.
Ida Belfatto

n questi ultimi giorni si sente con frequenza usare, nel servizi giornalistici, sia televisivi che in quelli con la carta stampata, il temine “Brexit”. Più volte, mi è capitato di chiedermi se tutti (e quando dico tutti mi riferisco veramente a tutti e non solo a quelli che abitualmente leggono i giornali) comprendano il significato di questo termine. Si tratta di un neologismo di matrice anglosassone, come molti altri in questi ultimi tempi, in cui l’inglese si è imposto come lingua franca internazionale, composto dalla fusione (come spesso avviene in inglese) di due termini “BR”, che è la sigla con la quale viene indicata la Gran Bretagna e il termine di derivazione latina “Exit” (che letteralmente vuol dire, “esce”) ma che è entrato nella lingua inglese, insieme a numerosi  altri termini latini con significativi diversi,  per indicare il sostantivo “uscita” (fonte: https://www.forexinfo.it/Brexit-significato-e-conseguenze ). In altre parole, il termine  “Brexit”  vuole significare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, fatto accaduto lo scorso 23 Giugno 2016 attraverso un referendum popolare. L’esito è stato, in parte sorprendente, perché, sia pure con un lieve margine di vantaggio i sostenitori dell’uscita (circa diciassette milioni) hanno vinto rispetto a quelli che sostenevano di rimanere (remain) (circa sedici milioni e rotti). Nonostante il margine di vittoria sia stato esiguo, è tuttavia indiscutibile: la Gran Bretagna ha, senza alcun dubbio, ha deciso di uscire dall’Europa. Questa è l’unica realtà. In seguito alla vittoria, però, sono pochi coloro che sanno con certezza che cosa occorre fare. Intanto, il premier britannico Cameron ha dichiarato che intende dimettersi dall’incarico di “primo ministro” e che attiverà i negoziati per l’uscita a settembre. La decisione presa ha avuto un grande eco in tutto il mondo, tanto che i governanti del paese “in libera uscita” stanno dimostrando, con il loro comportamento, che non hanno alcuna fretta di lasciare l’Europa. La stessa Unione Europea non sa bene cosa fare. Alcuni (per esempio,  Junker,  il Presidente della Commissione) sembra siano  per un’accelerazione, perché sulla stampa vengono riportate alcune  dichiarazioni con le quali viene  dichiarato che l’uscita” deve essere immediata”, altri (per esempio, la Merkel) pare vogliano “frenare” e attivare, senza alcuna fretta, i negoziati di “uscita”. Ma ciò che più sorprende è il fatto che non si è ancora ben capito chi ci guadagna e chi ci perde. A livello economico è conveniente per la Gran Bretagna l’uscita dall’Unione Europea? O viceversa, è più conveniente per l’Unione Europea che i Britannici facciano le valigie e se ne vadano, al più presto, da Bruxelles, visto che la loro presenza pare sia stata, finora, piuttosto “ingombrante”, con pochi benefici pratici per le economie degli altri paesi-partner? In effetti la Gran Bretagna, pur appartenendo all’Unione Europea, aveva, tuttavia, conservato, in campo economico e monetario, alcune sue prerogative, quali per esempio, la conservazione della sterlina e, in campo politico, aveva continuato a mantenere, per ragioni storiche a tutti note, un “rapporto speciale” con gli Stati Uniti. Se posso esprimere la mia opinione, devo dire che, come al solito, quando si pongono interrogativi come quelli che abbiamo riportati, si corre il rischio di vedere i problemi da un angolo visuale che, a volte, appare sinceramente,  “abusato”, perché chiama in causa, come quasi sempre accade, tematiche di tipo economico e finanziario. Ora, nessuno ha niente contro l’economia e la finanza, ma non tutto può sempre essere riguardato solo ed esclusivamente sotto l’aspetto economico e finanziario. I popoli, qualunque sia la loro latitudine, sono provvisti di un’anima, di  valori umani e culturali e di un cuore che non hanno niente a che fare con i flussi economici e finanziari. Molto spesso questa semplice verità viene “dimenticata”, o,  meglio, viene volutamente “ignorata” dai commentatori. Signori miei non tutto è economia e non tutto si può sempre ricondurre solo ed esclusivamente al vile denaro. Per questo io penso che, sotto questo aspetto, nessuno può dire di averci guadagnato o di aver perso. Ma abbiamo perso tutti. 

Ida Belfatto


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